La Borgata Mirafiori è nata nel 1600 accanto al Castello dei Savoia, un tempo lungo le sponde del Sangone. Una borgata piccola e tranquilla con una bella chiesa barocca, la Visitazione di Maria Vergine. E qui, dopo 400 anni, la borgata è rimasta incredibilmente intatta mentre tutt’intorno la città si trasformava, dai campi alle fabbriche e alle residenze. Imboccare Strada Comunale di Mirafiori da Strada Castello di Mirafiori vuol dire fare un viaggio nel tempo. Dalla chiesa un piccolo filare di ciliegi, sotto cui sedersi sugli sgabelli a forma di tazzina, ci accoglie e ci introduce alle case più antiche. Il recupero dello spazio pubblico ha eliminato le automobili in sosta sostituendole con grandi vasi che ospitano esemplari di camelie rosa e rosse in fioritura continua anche in inverno. Accanto, un acero giapponese dalle foglie rosso intenso in una piccola piazza con cubetti colorati, accostati con cura alle pavimentazioni tradizionali in ciottoli e ruere di Luserna. Tocchi del passato uniti a una luminosità contemporanea per riportare il cuore della Borgata alle sue origini, ricordandone la storia di negozi e attività di un tempo, come la Sartoria sorelle Cristaude o la Cascina Moriondo, con le transenne blu decorate a fiori. Un borgo tranquillo, con una piccola comunità storicamente insediata come un grazioso paese di campagna. Tre bandiere segnano i tre ingressi: da corso Unione Sovietica dove c’è la Circoscrizione 10; da Via Coggiola, con un piccolo giardino di nandine e mahonie che colorano di rosso e giallo l’uscita verso la città degli anni ’70; dalla Chiesa. E proprio entrando da Strada Castello di Mirafiori, l’arte ci attende a braccia aperte. La luce contemporanea entra, discreta e divertente, sui muri antichi della Borgata. Il lavoro del Collettivo Oltre Modo illumina la piazzetta con il divano e le poltroncine, come un salotto accogliente per tutti: gli artisti, i residenti e i visitatori curiosi che vorranno sedersi qui per ammirare la prima opera…di una lunga serie?
Alessandra Aires
Architetto, Servizio Urbanizzazioni - Direzione Infrastrutture e Mobilità, Città di Torino
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martedì 28 ottobre 2014
lunedì 30 luglio 2012
Da CAMPO URBANO al campo aperto delle complessità dell’Arte Pubblica
Questa breve riflessione prende spunto da alcuni passaggi del comunicato/manifesto di CAMPO URBANO, una collezione dirompente di INTERVENTI ESTETICI NELLA DIMENSIONE COLLETTIVA URBANA, così recitava il suo sottotitolo, che il 21 settembre 1969 coinvolse il centro storico di Como e i suoi cittadini.
CAMPO URBANO con il coordinamento di Luciano Caramel, propose circa 40 interventi autoriali provenienti da discipline e forme espressive molto diverse, tra le quali quelle di Bruno Munari, Ugo La Pietra, Enrico Baj, Gianni Colombo, Gianni Pettena, Dadamaino e Ugo Mulas. Per molti quella giornata rappresenta per il nostro paese, e non solo, un riposizionamento di sguardo e di stato dell’Arte, l’origine di una consapevole presa d’atto di un Principio: […] portare l’artista a diretto contatto con la collettività di un centro urbano, con gli spazi in cui essa quotidianamente vive, con le sue abitudini, le sue necessità. E ciò al di fuori di limiti pregiudiziali che ostacolino le possibilità dell’artista di realizzarsi in piena libertà e quindi con la maggiore potenzialità operativa e con gli esiti più fecondi. […] Non si è trattato della consueta commissione di un prodotto già determinato, ma invece dell’invito ad un impegno nella ricerca di un rapporto reale – e quindi vivo e non scontato – tra gli artisti, gli abitanti di una città e la città stessa. Ciò ha portato di conseguenza a porre gli artisti davanti a quesiti fondamentali che investono il senso stesso dell’arte ed il problema della sua funzione oggi: come, ad esempio, quello dei confini delle loro possibilità di risposta alle necessità della collettività; quello delle scelte opportune ad una presenza non marginale o solo decorativa nella società attuale; quello dell’opportunità di adottare soluzioni effimere o “permanenti”, radicali o parziali, eversive o riformistiche. […] saranno in relazione dialettica e talvolta anche in polemica. […] Sostanziale sarà la partecipazione della collettività[…] inevitabilmente coinvolta qualsiasi sarà la sua reazione, dagli interventi degli artisti.*
CAMPO URBANO con il coordinamento di Luciano Caramel, propose circa 40 interventi autoriali provenienti da discipline e forme espressive molto diverse, tra le quali quelle di Bruno Munari, Ugo La Pietra, Enrico Baj, Gianni Colombo, Gianni Pettena, Dadamaino e Ugo Mulas. Per molti quella giornata rappresenta per il nostro paese, e non solo, un riposizionamento di sguardo e di stato dell’Arte, l’origine di una consapevole presa d’atto di un Principio: […] portare l’artista a diretto contatto con la collettività di un centro urbano, con gli spazi in cui essa quotidianamente vive, con le sue abitudini, le sue necessità. E ciò al di fuori di limiti pregiudiziali che ostacolino le possibilità dell’artista di realizzarsi in piena libertà e quindi con la maggiore potenzialità operativa e con gli esiti più fecondi. […] Non si è trattato della consueta commissione di un prodotto già determinato, ma invece dell’invito ad un impegno nella ricerca di un rapporto reale – e quindi vivo e non scontato – tra gli artisti, gli abitanti di una città e la città stessa. Ciò ha portato di conseguenza a porre gli artisti davanti a quesiti fondamentali che investono il senso stesso dell’arte ed il problema della sua funzione oggi: come, ad esempio, quello dei confini delle loro possibilità di risposta alle necessità della collettività; quello delle scelte opportune ad una presenza non marginale o solo decorativa nella società attuale; quello dell’opportunità di adottare soluzioni effimere o “permanenti”, radicali o parziali, eversive o riformistiche. […] saranno in relazione dialettica e talvolta anche in polemica. […] Sostanziale sarà la partecipazione della collettività[…] inevitabilmente coinvolta qualsiasi sarà la sua reazione, dagli interventi degli artisti.*
lunedì 2 aprile 2012
A memoria di rosa non si è mai visto morire un giardiniere [1]
C'erano una volta delle mucche di mare che pascolavano tranquillamente nelle fredde acque del Mare Glaciale Artico.
Inizia così il testo critico di Annick Bureaud, curatrice della mostra Tales Of A Sea Cow, personale di Etienne de France, ed è questo registro affabulatorio che viene adottato nel meta-racconto interpretato dalla voce guida di Gisella Bein, come nei libri tattili realizzati da Stefano Lattanzio. Si tratta di svariati dispositivi accessibili che faciliteranno la visita e il coinvolgimento anche a coloro che non possono leggere le carte geografiche dettagliate e le puntuali descrizioni naturalistiche che compongono l’esposizione temporanea visibile al PAV.
giovedì 3 novembre 2011
Guardarsi allo specchio e vedere il mondo
Tutto è cominciato così.
Da uno scambio di mail tra Orietta Brombin, responsabile delle Attività educative e formative del PAV, e il CAE, il Critical Art Ensemble, che ha proposto:
un workshop che metta in relazione la condizione di precarietà che accomuna le specie vegetali a rischio e gli spazi di verde e socialità anch’essi a rischio, così da rafforzare e proteggere entrambi.
venerdì 4 febbraio 2011
Guardando “dentro a le segrete cose”
Sin dal suo nascere, nell’impostazione concettuale oltre che nella cura dedicata a spazi di accoglienza, il gruppo di progetto che anima il Parco Arte Vivente ha predisposto programmi espositivi affiancati indissolubilmente a programmi di attività laboratoriali proposte al pubblico e attuate a vari livelli. L’Art Program del PAV (l’insieme di interventi permanenti e mostre temporanee) è il motore che attiva - all’interno del museo e nel parco verde - i più ampi spazi della riflessione, ricerca, sperimentazione, conoscenza.
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